Le tue selezioni

5 falsi miti sulle mamme che lavorano

Chi lavora fa meno figli e, quelli che fa, li cura male. Il nido? E’ un ‘parcheggio’ dove i bambini stanno peggio che a casa e poi ci finisce tutto lo stipendio. Dunque che senso ha? Spesso dietro a queste convinzioni ci sono degli stereotipi che trasmettono l’idea che sia impossibile conciliare famiglia e lavoro.

Le mamme che lavorano si sentono sempre un po’ in colpa, sia che abbiano deciso di tornare a lavorare dopo la nascita del bambino per la propria realizzazione personale, sia che non abbiano altra scelta che quella di contribuire al bilancio familiare.

Spesso questi sensi di colpa sono ingiustificati e alimentati da stereotipi, cioè da una lettura della realtà semplificata e cristallizzata, come dice la parola stessa che viene dal greco “stereos” (duro, solido) e “typos” (impronta, immagine), quindi “immagine rigida”.

Anna Zavaritt, consulente in work-life balance (conciliazione lavoro e famiglia), cerca di fare chiarezza su alcuni luoghi comuni che circolano sulle donne/mamme che lavorano, sui figli e sui papà.

Più una donna si dedica al lavoro, meno figli farà — FALSO

20 anni fa questa correlazione era corretta, cioè il tasso di occupazione femminile era inversamente proporzionale al tasso di natalità, ovvero al numero medio di figli per donna.

E’ rimasta questa convinzione, ma i numeri sono cambiati! Ora le donne che lavorano sono anche quelle che fanno più figli.

Mia mamma ha fatto la casalinga tutta la vita e non abbiamo avuto problemi economici — FALSO (OGGI)

Se in passato il modello familiare monoreddito, cioè con una persona sola in famiglia che lavorava, ha funzionato ora – purtroppo o per fortuna – non è più così. In sociologia si definiva il “male bread-winner” ovvero l’uomo che porta a casa la pagnotta.

Gli ultimi dai Istat ci dicono che la disoccupazione ha colpito anche i lavori un tempo “sicuri”: quelli a tempo indeterminato dove stavi una vita intera nella stessa azienda, crescendo al suo interno.

Inoltre, in un numero sempre maggiore di famiglie, è la donna – per scelta o per necessità, dopo che il partner ha perso il lavoro — a portare a casa una parte significativa dello stipendio o, a rimettersi attivamente alla ricerca di un lavoro se momentaneamente disoccupata.

Costa di più lavorare e mandarlo al nido che stare a casa — FALSO

Prima di tutto c’è un vizio all’origine del calcolo. Perché quasi mai si include lo stipendio del marito, che pure è parte diretta in causa?

In secondo luogo, si dovrebbe considerare che il costo iniziale – oggettivamente alto – si compensa con la semi-gratuità della materna e delle elementari.

Inoltre, se una neo-mamma esce dal mercato del lavoro oggi e resta fuori per tre anni (fino all’inizio della materna), avrà molte difficoltà a ritrovare un lavoro dopo. In più con il nuovo Isee – il così detto “riccometro” , appena varato dal Governo – sarà più semplice per chi davvero ha un lavoro e dei figli richiedere agevolazioni.

Ricerche recenti dimostrano infine che non solo la presenza di due redditi in famiglia riduce la vulnerabilità nei confronti di rischi occupazionali e familiari (disoccupazione, divorzio), ma riduce anche il rischio di povertà della famiglia e dei minori, che è in netta crescita in molti paesi europei (Studio realizzato nel 2007 da Cavalcanti e Tavares, e aggiornato nel 2010 dalla Professoressa Daniela Del Boca).

I figli al nido stanno peggio — FALSO

E’ un’opinione condivisa dal 58% degli italiani, i quali ritengono sia meglio per i neonati “restare con le mamme”. Molti psicologi e psicoterapeuti condividono questa posizione, mettendo in guardia dal senso di “sradicamento e di abbandono” che può nascere in bebè affidati a cure esterne alla famiglia.

Tuttavia, diverse e recenti ricerche dimostrano ormai che frequentare un asilo nido nei primi tre anni non solo non è traumatico per un bambino, ma lo aiuta a sviluppare le capacità cognitive, affettive e psicologiche (purché sia una struttura professionale, e non baby parking o colf).

Eppure in Europa sempre di più si tutto si sta studiando e apprezzando l’importanza dell’investimento educativo nei primi anni di vita, che come ha dimostrato il premio Nobel per l’economia James Hackman, diminuiscono con il crescere dell’età.

I papà non si curano dei figli — FALSO

L’Istat ha più volte fotografato la fatica delle donne italiane (Istat: “La divisione dei ruoli nelle coppie Anno 2008–2009”, novembre 2012) che tra le mura domestiche si sobbarcano il 70% del lavoro tra pulizie, stiro e figli.

Ma questo peso si alleggerisce se ha un’attività fuori casa (dal 73,4% al 71,4% del totale delle faccende domestiche).

Anche un altro studio (“An empirical analisys of the time al location in Italian couplet: are italian men irresponsive? H. G. BLOEMEN, S. PASQUA and E. G. F. STANCANELLI, Centro Child n°18/2008) ha illustrato bene come l’uso del tempo all’interno di una famiglia è molto meno “sbilanciato” se anche la donna lavora: numeri alla mano, c’è infatti una correlazione positiva tra attività professionale della donna, e relativo stipendio, e impegno maschile in casa.

Come dire: impariamo a delegare e ritagliarci anche noi una vita fuori dalle mura domestiche.

Lascia un tuo commento

Privacy Preference Center

Necessary

Advertising

Analytics

Other